Jacob l’anarchico
di Andrea Ferreri
Nell’immaginario della società contemporanea la figura del ladro è stata associata quasi esclusivamente al crimine e più specificamente al reato di “appropriazione indebita”. Il ladro è l’usurpatore di beni che non gli appartengono, colui che contro la legge sottrae un bene mobile in danno del suo legittimo proprietario. Ma non è stato sempre o necessariamente così, almeno non per Alexandre Jacob, l’anarchico francese che ha fatto del furto uno strumento per dare dignità a tutti coloro che la società dell’opulenza aveva negato, mettendoli al margine e privandoli dei mezzi per il semplice sostentamento, riducendoli alla miseria e “derubandoli” secondo Jacob stesso.
Alexandre Marius Jacob nasce a Marsiglia nel settembre del 1879 da una famiglia umile, il padre marinaio di professione li trasmette da subito la passione per i viaggi e le avventure, a 11 anni si imbarca come mozzo sul bastimento Thibet, a 13 si ritrova in Australia dove impara l’inglese e per fame anche a rubare. Qualche anno dopo parte da Sidney con una baleniera che subito dopo si rivela una nave pirata, il cui equipaggio assalta mercantili uccidendo chi oppone resistenza. Al primo scalo scappa e rientra a Marsiglia. Jacob ancora giovane comincia ad interessarsi al pensiero anarchico, legge Proudhon, Kropotkin, Reclus, Malatesta, avvicinandosi così ai circoli anarchici e operai francesi. A 20 anni convinto definitivamente dell’ingiustizia del mondo dichiara la sua personale guerra alla società borghese, e con alcuni suoi compagni fonda il gruppo “Les travailleurs de la nuit” (“I lavoratori della notte”).
In soli tre anni, dal 1900 al 1903 Jacob e la sua banda mettono a segno oltre 150 colpi, tra furti e rapine. La banda colpisce in particolar modo baroni, industriali, banchieri, sfruttatori delle classi meno abbienti e i proventi vengono utilizzati per finanziare i circoli anarchici e operai, i disoccupati, gli emarginati. Parafrasando Alfredo Maria Bonanno: “Jacob era un ladro con le sue illusioni egualitarie. Un anarchico con i suoi sogni, ma con una particolarità: quest’uomo, insieme ai suoi compagni apriva veramente le casseforti dei ricchi e con questo semplice fatto dimostrava realizzabile un attacco, sia pure parziale, alla ricchezza sociale”.
Jacob oltre ad essere un vero artista del furto, sperimentando nuove tecniche, nuovi travestimenti e compiendo azioni a dir poco spettacolari, proponeva “sottraendo ai ricchi” una nuovo modello di lotta politica. Un’azione diretta contro l’avidità umana e le ingiustizie sociali da essa generate, un’azione però che risparmiava chi avesse una qualche utilità sociale. Non è un caso che tra le sue vittime non comparissero mai medici, insegnanti o scrittori: “le persone utili alla società non devono essere derubate”, ripeteva ai suoi, “i nostri obbiettivi sono immancabilmente i pasciuti parassiti che questa società dissanguano e depredano”.
Dopo centinaia di imprese rocambolesche e furti leggendari, robinudiani – togliere ai ricchi per dare ai poveri – nel 1903 Jacob e la sua banda vengono arrestati.
Durante il processo, Jacob più volte beffeggiò le autorità con un comportamento ironico prendendosi gioco inoltre dei testimoni che venivano a deporre: la sua ironia, le sue sarcastiche battute e le risposte pronte a screditare l’intero impianto accusatorio con intelligenza e scherno catturarono la simpatia del pubblico e della stampa che ne fecero una sorta di mito.
Trasformando la propria difesa in un comizio leggendario ebbe più volte a dichiarare: “una parte del mondo vive nel freddo, nella fame, nel dolore. Io ho voluto vendicarla”. Davanti ai giudici, si dipingeva come un ribelle e un giustiziere, paragonando il furto a una “restituzione”, una “ripresa di possesso”.
Condannato al carcere a vita, dopo 23 anni di lavori forzati nel penitenziario di Caienna nella Guyana francese e 17 tentativi d’evasione, nel 1928 venne graziato tornando definitivamente in libertà. Una volta libero si impegnò in una serie di iniziative in sostegno degli obiettori di coscienza e degli anarchici Sacco e Vanzetti. Inoltre dedicò il resto della vita a trascrivere ricordi e pensieri, nel 1950 terminò di scrivere la storia della sua vita: Un anarchiste della belle époque.
Qualche anno dopo, nel 1954, all’età di 75 anni decise di mettere fine alla propria vita iniettandosi una dose letale di morfina. La lettera che scrisse prima di suicidarsi è l’ennesimo e ultimo segno della sua sarcastica ironia: “Ho vissuto un’esperienza piena di avventure e sventure, mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque, voglio andarmene senza disperazione, il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Voi siete troppo giovani per apprezzare il piacere di andarsene in buona salute, facendo un ultimo sberleffo a tutti gli acciacchi e le malattie che arrivano con la vecchiaia. Ho vissuto. Adesso posso morire.
P.S.: Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute”.
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